curiosità stroriche padovane  1°

CAMPO SPORTIVO WALTER PETRON PADOVA. 

Prendiamoci un momento per viaggiare nei ricordi , assaporare immagini fissate nella mente di chi ha vissuto e raccontato.

Nessuna retorica, basta una passeggiata di un’oretta. Non importa il giorno, potrebbe essere anche oggi stesso. Destinazione vicolo San Massimo, Padova.La zona è quella del Portello, dove la città profuma di studi, risuona di canti goliardici dal Lungargine del Piovego, Porta Ognissanti, via Portello e via Tiepolo, passaggi obbligati per l’universitario in bicicletta prima del viottolo, dove è impossibile non notare il cartello verde che segnala il «Complesso Sportivo Walter Petron».

Qui si dividono le strade.C’è chi probabilmente del “Petron” non ha mai sentito parlare e passa avanti senza farci troppo caso. E chi, invece, ci ha legato sudore, emozioni e qualche imprecazione. “Se non te ghé mai zugà al Petron, ti de balon no te sé niente”, si dice da queste parti. E allora basta superare la cancellata e percorrere una cinquantina di metri.

Distanza minima, ma potente che quasi proietta in una dimensione leggendaria. Alla fine della stradina il tempo sembra fermarsi, così come il vociare della Padova del 2013.Centocinque anni di storia in un rettangolo verde incastonato nel centro cittadino, un peccato lasciarlo svanire nella leggenda. Anche le nuove generazioni devono conoscerlo.Da giugno, infatti, quel campo tornerà a rivivere di calcio grazie ai lavori di ristrutturazione commissionati dall’Amministrazione Comunale: spogliatoi nuovi di zecca e omologazione del terreno di gioco (già ottenuta a dicembre) per le partite della Figc fino alla categoria Allievi.Una storia iniziata centocinque anni fa, dicevamo.

Nel 1908 l’Italia vive un periodo di grande modernizzazione, risultato del riformismo liberale del governo Giolitti. Padova, da sempre punto di riferimento culturale, diventa potenza economica. È il 5 agosto quando il sindaco Levi Civita concede all’Associazione Ginnastica e Sport il primo spazio in città per l’educazione fisica. L’affitto costa 100 lire all’anno, ma la vera sfida è riadattare il terreno all’uso sportivo. I problemi sono tanti, ci sono orti e sterpaglie da rimuovere. I lavori, però, sono ultimati in tempi record: già il 20 settembre, neanche un mese dopo, il Ricreatorio Laico “Giuseppe Garibaldi” inaugura l’impianto sportivo con l’esibizione di una cinquantina di ragazzi. Una sorta di cerimonia ufficiosa che precede il taglio del nastro del 26 aprile dell’anno successivo, a cui partecipa addirittura Luigi Rava, ministro della Pubblica Istruzione.I giornali dell’epoca ne parlano gran bene: lo stadio è una struttura «imponente e bellissima ». Tanto da ospitare le prime gare podistiche e, il 20 febbraio del 1910, la prima amichevole dell’Associazione Calcio Padova, costituitasi solo una ventina di giorni prima. Ed è subito derby contro i cugini dell’Hellas Verona, voluto dal neo-presidente, centravanti (e ingegnere) Giorgio Treves de’ Bonfili. Finisce 0-0. È il Padova dei Tessari, dei Canè, dei Ceresja, un gruppetto di ragazzi poco più che ventenni. Il Calcio Padova resta al Portello fino al 1916, prima di trasferirsi al Monti di via Cinquantottesimo Fanteria. La storia del nuovo campo sportivo, però, s’intorbidisce presto con le oscurità del regime fascista. Proprio lì la società sportiva Tita Fumei (intitolata a un giovane padovano impegnato nelle squadre d’azione, morto a Cittadella durante una scorribanda) gioca le sue partite casalinghe. Si allenano in via Belzoni - ingresso originario dell’impianto- pure i giovani dell’Opera Nazionale Balilla.

La posizione dello stadio è tanto comoda quanto problematica, così da costringerne l’interruzione delle attività per ben tre volte. Il motivo è semplice: i palloni infrangono le finestre dei palazzi vicini e i residenti faticano a sopportare gli schiamazzi dei giocatori. Perfino il parroco della Chiesa dell’Immacolata porta le sue lamentele al Podestà: secondo il prelato volano troppe bestemmie. Arriva la seconda guerra mondiale, ma in vicolo San Massimo continua a giocarsi più di qualche partita. Nel 1945 lo stadio è intitolato a Walter “Lalo” Petron, su richiesta dell’omonima società sportiva, fondata in ricordo dell’ex giocatore del Padova, morto il 21 marzo in via Loredan, colpito da una scheggia. Negli anni Cinquanta il pallone continua a essere la gioia del “Petron”, che è ormai diventato un’istituzione.

Ci giocano tutti, dalla società Excelsior, all’Esedra Don Bosco, fino al gruppo sportivo del rifugio minorenni, istituito a fini sociali per togliere dalla strada ragazzi disagiati. Dalle nove di mattina alle dieci di sera non c’è una sosta. Viene aperto anche un bar, punto di ritrovo dei calciofili di tutta la città. Ma dal 1980 in poi, l’aumento esponenziale delle società sportive, i problemi logistici con il conseguente decentramento verso i campi di periferia e provincia, fanno cadere il Petron in disuso.Il declino è inarrestabile: vicolo San Massimo non offre parcheggi adatti, in più le dimensioni del campo non sono regolamentari.

Quanto basta per ridurre un pezzo di storia di Padova in un relitto sbiadito. A dargli vita ogni tanto sono le partitelle organizzate da gruppetti di amici. Per tanti anni, il mercoledì durante la pausa di pranzo, su una fettuccia di campo, si svolgono mitiche sfide con protagonisti in particolare medici e professionisti. I primi hanno la loro bandiera in Remo Naccarato, il gastroenterologo che per tanti anni è stato primario e punto di riferimento della medicna padovana. Anche lui ha scritto la storia del Petron.

(fonte Francesco Vigato per il Mattino di Padova)


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